LIBRI CORRELATI
APPUNTI SULL'ARGOMENTO
GLI ERRORI DEI CLASSICI FRANCESI DELL’AMORE
(Jean Paul Sartre, Denis de Rougemont, Gorge Bataille e Renè Girard)
Premessa
Gli anglosassoni, inglesi e americani,
non hanno mai studiato seriamente i processi amorosi perche
l’impianto categoriale della loro cultura glielo impedisce.
Dopo Shakespeare in Inghilterra si è imposto l’utilitarismo
e il pensiero economico che spiega ogni cosa in termini di
costi-benefici. Schema concettuale prezioso per tutte le
scienze esatte e l’economia, ma inadeguato a spiegare
le passioni amorose, politiche, tutto ciò in cui la
dimensione altruistica, oblativa prevale su quella dell’interesse.
Sono perciò stati incapaci di studiare i movimenti
collettivi e, nel campo amoroso, il processo che io ho indicato
con l’espressione falling in love and loving di
cui non posseggono né il concetto ne la parola per
cui usano la metafora “amore romantico”. Una
assurdità visto che il romanticismo è del
XIX secolo mentre questo tipo di amore lo troviamo già nella
bibbia con Giacobbe e Rachele, nel medioevo con di Abelardo
ed Eloisa e all’epoca di Shakespeare con di Giulietta
e Romeo.
Invece esiste una grande e gloriosa tradizione
di studi francesi sull’amore e poiché essi non
sono vincolati dalle regole del pensiero utilitaristico hanno
potuto studiare anche i processi passionali e l’innamoramento.
Voglio ricordare qui in particolare Stendhal e Roland
Barthes, il primo col suo indimenticabile De
L’ amour e il secondo con i deliziosi Frammenti
di un discorso amoroso.
Però, mano a mano che continuavo le
mie ricerche sull’innamoramento, mi sono reso conto
che i maggiori teorici francesi in questo campo, anzi dovrei
dire i grandi maestri in questo campo. Jean Paul
Sartre, Denis de Rougemont, Gorge Bataille e infine Renè Girard, hanno
compiuto un errore. Ho fatto fatica a rendermene conto per
il debito di riconoscenza che ho verso di loro che considero
i miei maestri, ma anche perche nei primi tempi ho sottovalutato
la sua gravità. Detto in modo semplice e che può sembrare
brutale essi non hanno mai studiato il fenomeno che in italiano
si chiama innamoramento (in spagnolo Enamoramiento, in tedesco
Die Verliebtheit, in svedese Foralskelse, etc.) e che non
ha una parola e un corrispondente concetto francese. Talvolta
si usa tomber amoreux ma in modo
improprio perché suggerisce un fenomeno immediato
mentre, in realtà, siamo di fronte ad un complesso
processo per cui si dovrebbe piuttosto usare l’espressione devenir
amoureux. Per indicare questo processo Roland
Barthes aveva proposto il neologismo enamouration,
io ho preferito, su suggerimento di Edgar Morin, l’antico enamourement. In
questo modo la parola italiana innamoramento, nelle traduzioni
francesi dei miei libri più importanti, in particolare
l’opera più completa Je t’aime (Francesco
Alberoni, Je t’aime, Paris, Plon 1996) è stata
tradotta con enamourement senza
creare problemi ai suoi numerosi lettori francesi. Essa ha
fatto anche la sua comparsa in modo sistematico su internet
dove è stata adottata anche dagli anglosassoni.
La mancanza di una parola e di un concetto
preciso per indicare l’enamourement deve aver contributo non poco ad influenzare
i grandi autori citati portandoli a confondere il processo
di nascita di un vero grande amore e uno stato passionale
altrettanto intenso ma molto più fragile che merita
un nome diverso, e che io ho chiamato infatuazione. Questo
termine non è stato nelle traduzioni francesi è stato
tradotto con engouement ma non è mai
stato confrontato in modo chiaro con l’enamourement e
per questo motivo ritengo opportuno soffermarmici in modo
particolare.
Per chiarire il problema ricordiamo (vedi “Le
liens amoureux“, in Je t’aime, cit. pp
50-63) che i meccanismi che creano legami amorosi
sono quattro. Il principio del piacere per
cui noi ci leghiamo a coloro che ci danno piacere. Esso spiega
l’attaccamento del bambino alla madre e l’amicizia.
Il secondo meccanismo è la perdita.
Noi ci leghiamo alle persone che rischiamo di perdere per
qualsiasi causa, gelosia, distanza, un ostacolo. Il terzo
meccanismo è fondato sulla invidia mimetica descritta
da Girard: noi desideriamo quello che è desiderato
da tutti, da quello che tutti ci indicano come desiderabile.
Pensiamo al divo adorato dai suoi fan. Questo meccanismo
l’ho chiamato indicazione.
Ma per avere il legame amoroso forte e duraturo occorre che
si accenda quello che ho chiamato etat naissant,
in cui le due persone divengono fluide e tendono a fondersi (Francesco
Alberoni Le choc amoureux, Paris, Ramsay, 1981 e Je
T’aime, cit.).
Ebbene tutti e quattro i grandi maestri sopra
citati, Sartre, De Rougemont, Bataille e Girard non posseggono
il concetto di etat naissant. Essi
perciò, studiando l’etat amoureoux,
non hanno prestato attenzione ai molti aspetti che dipendono
da questa particolarissima esperienza. Si sono concentrati
sul desiderio, sulla passione e, in questo modo, paradossalmente
hanno finito per studiare sempre solo fenomeni amorosi passionali
senza etat naissant, quelle che
io ho chiamato infatuazioni (engouement)
e che sono totalmente diversi dall’enamourement.
Un errore invece non compiuto da Stendhal e Barthes che pur
parlando genericamente di “amour” nella loro
analisi, descrivono molti aspetti della l’esperienza
dello stato nascente.
La differenza fondamentale fra enamourement e
l’engouement sta in questo: che il nel
primo i due innamorati fondono le loro esperienze di vita,
stabiliscono fra di loro legame forte che si rafforza quando
l'amore è ricambiato, e generano una nuova comunità che
tende a durare nel tempo. Le infatuazioni, invece, sono stati
passionali anche fortissimi ma che hanno in se un meccanismo
di autodistruzione per cui, ad un certo momento, si dissolve
istantaneamente il legame che, fino ad un momento prima,
sembrava fortissimo.
Rimando chi vuol studiare più a fondo l’engouement e
la sua differenza con l’enamourement al
mio libro Sesso e amore (Francesco
Alberoni, Sesso e amore, Milano, Rizzoli, 2006.
Di questo libro non esiste una traduzione francese. Ne esistono
invece una in Inglese in
Spagnolo e in Portoghese). In questo saggio invece
mi limito ad elencare i principali tipi di engouement indicando,
per ciascuna di esse, l’autore francese che, di fatto,
l’ha descritta e analizzata. Partiremo dal suo testo
in cui afferma di voler spiegare il processo amoroso, lo
analizzeremo e vedremo che, in realtà, il fenomeno
analizzato non era, in realtà un vero enamourement,
ma un engouement, cioè un
processo amoroso che non può durare e che si autodistrugge.
Ogni volta mostreremo come invece si svolge il reale processo
di innamoramento. Esamineremo in questo modo l'infatuazione
da dominio (Sartre) quella da perdita o da ostacolo (De Rougemont),
l’infatuazione erotica (Bataille) e infine l’infatuazione
competitiva con la sua variante di tipo divistico (Girard).
Lo faremo utilizzando il mio libro Il mistero dell’innamoramento (Francesco
Alberoni, Il mistero dell’innamoramento, Milano,
Rizzoli, 2004).
Voglio sottolineare il mio profondo rispetto
per i grandi maestri di cui rivediamo il pensiero ma, dall’analisi
che ne faremo, apparirà in modo chiaro che essi non
hanno mai studiato il processo di innamoramento anche quando
credevano di farlo. Non hanno, di conseguenza, mai analizzato
e spiegato il fenomeno amoroso più importante della
tradizione occidentale e su cui, negli ultimi secoli, è stata
fondata la coppia amorosa, la convivenza e la famiglia.
Jean Paul Sartre
Non innamoramento ma infatuazione da
dominio.
Jean Paul Sarte ne L’essere e il
nulla, scrive: “è l’altro
che mi valuta, che mi giudica, che mi conferisce o mi toglie
valore. In tal modo l’altro mi soggioga ed io, per
liberarmi, tento di soggiogare lui”. È quanto
scrive Hegel ne La fenomenologia dello spirito sulla
lotta per il riconoscimento. Io non ho valore, non sono
nulla se non vengo riconosciuto dagli altri e lotto per
ottenere il riconoscimento. Continua Sartre: “La
libertà altrui impregna il mio essere e mi fa essere,
mi dà e mi toglie dei valori […] Il mio progetto
di riprendermi il mio essere non può realizzarsi
se io non mi impadronisco di questa sua libertà e
non la riduco ad essere sottomessa alla mia libertà.” (J.P.
Sartre, L’essere e il nulla, trad. ital.
Milano, Il Saggiatore, 1964 p.447.)
“Solo nell’amore – egli dice – sembra che ci si possa
sottrarre a questa necessità di conflitto.” Infatti, nell’amore,
io non desidero sottomettere l’altro.Voglio essere stimato, amato, adorato,
cioè riconosciuto, “l’amante non vuole asservire
l’essere amato, non vuole possedere un automa […] vuole possedere
una libertà come libertà. Ma d’altra parte non può essere
soddisfatto da quella forma eminente di libertà che è l’impegno
libero e volontario”.(Ibidem p.450-451) "Chi
accetterebbe di sentirsi dire “ti
amo perché non voglio contraddirmi, per fedeltà alla mia parola?” Vuole
che la libertà dell’altro si imprigioni da sé per volere
lui stesso la sua prigionia. “… L’amante vuole essere ‘tutto
il mondo’ per l’amato … vuole essere l’oggetto nel
quale l’altro trova il suo essere e la sua ragion d’essere:
l’oggetto limite della trascendenza, quello verso il quale la trascendenza
dell’altro trascende tutti gli oggetti ma che esso non può in
alcun modo trascendere (…) non vuole agire nella libertà dell’altro,
ma essere a priori come il limite oggettivo di questa libertà,
cioè essere dato simultaneamente ad essa e nel suo stesso sorgere, come
i limiti che essa deve accettare per essere libera” (Ibidem
p. 452.).
Esatto. Sartre fa dell’esperienza amorosa una corretta
analisi fenomenologica. L’amante non vuol coartare
l’amato, costringerlo a essere tutto per lui, ma pur
vuole essere tutto il mondo per lui. Vuole che l’altro
provi esattamente quanto lui prova per la persona amata.
Questa, che egli cerca e adora, non lo coarta e non gli impone
nulla. Col suo semplice apparire, senza neppure avergli rivolto
uno sguardo, comunicato una intenzione, espresso un desiderio, è diventata
la sua meta ultima. L’amato non lo ha sedotto, non
ha agito, non ha combattuto. Eppure è a priori il
limite oggettivo della sua libertà, limite liberamente
voluto e, nello stesso tempo, necessitato. Infatti l’innamorato
dice: non sono mai stato libero come oggi, ma “posso
volere solo amarti”.
E anche ciò che Sartre aggiunge è corretto. “Se
l’altro mi ama, io divento l’insuperabile, il
che significa che devo essere il fine assoluto; in questo
modo sono salvato dalla utensilità”.
Non sono mero strumento, ma fine rispetto a cui ogni altra
cosa è mezzo,
utensile. “Così voler essere amato (e amore è voler
essere amato) è volersi porre al di là di ogni
sistema di valori posti da altri come la condizione di ogni
valorizzazione e come il fondamento oggettivo di tutti i
valori”(Ibidem p. 452).
Ma
attenzione, è fondamentale quel “se”: “Se
l’altro mi ama”. L’innamoramento incomincia
in un individuo che non è ancora riamato. Allora
bisogna chiedersi: come si passa dall’uno al due, dall’adorazione
di uno all’adorazione reciproca? A questo punto, Sartre
fa una affermazione cruciale che determina lo svolgimento
di tutto il suo pensiero. “L’amato - scrive
- non può voler circoscrivere spontaneamente la sua
libertà. Perché io devo perdermi in un altro?” Amare
viene immediatamente sentito e descritto da Sartre come perdersi,
rendersi schiavo, prendere l’altro come il proprio
assoluto padrone. Le due autocoscienze, come sostiene Hegel,
restano irreparabilmente separate e contrapposte in una lotta
mortale. Nello scontro, uno solo ne uscirà vincitore,
padrone, e l’altro inevitabilmente sconfitto, schiavo.
Impostato in questo modo il problema, Sartre è costretto
a far agire l’amante . “L’amante perciò deve
sedurre l’amato; e il suo amore non si distingue da
questa impresa di seduzione" (Ibidem
p. 455). "La seduzione
tende a risvegliare nell’altro la coscienza della sua
nullità di fronte all’oggetto seducente. Con
la seduzione cerco di costituirmi come un pieno di essere
e di farmi riconoscere come tale… mi propongo come
insuperabile”. In questo modo cerco di annullare la
sua libertà che pure è la condizione dell’amore
che cerco. Di qui la sua conclusione sconsolata: “l’amore è uno
sforzo contraddittorio per superare la negazione di fatto...
ciascuno è alienato solo in quanto esige la alienazione
dell’altro”(Ibidem p.
456).
Eh no! No, nel modo più assoluto! Non è questo
il processo di innamoramento. Certo, Sartre ha ragione nel
dire che “amare è voler essere amato”,
ma questo voler essere amato non è il desiderio, o
la pregustazione, o la fantasia che l’altro veda me
alto, eccelso, meraviglioso come io vedo lui. Siamo ancora
diseguali, io nulla e lui tutto. Quando sono innamorato e
non sono ancora sicuro di venir riamato, non posso desiderare
e nemmeno pensare di essere il padrone e il dio dell’amato.
Cioè di “essere
colui la cui funzione è di fare esistere gli alberi
e l’acqua, le città e i campi e gli altri uomini
per poi donarli all’altro”. No! No! Questo è un
attribuito solo dell’amato, questo è un potere
solo dell’amato, non dell’amante!
Eppure Sarte
era vicino alla verità quando diceva: “Entrambi
esigono reciprocamente un amore che non si riduce affatto
al “progetto-di-essere-amato…”. Cioè ogni
amante esige, infatti, che l’altro, senza cercare originariamente
di farsi amare, abbia una intuizione insieme contemplativa
e affettiva dell’amato come limite oggettivo della
sua libertà, come il fondamento ineluttabile e scelto
della sua trascendenza, come totalità d’essere
e il valore supremo. L’amore così preteso dall’altro
non può chiedere niente: è puro impegno senza
reciprocità” (Ibidem
p. 459).
Allora doveva dire che l’innamorato non può pensare
di sedurre l’amato provocando in lui la coscienza della
sua nullità perché - e qui dobbiamo tornare
con fermezza al dato empirico - perché l’innamorato
si sente nulla e considera l’amato tutto. L’innamorato
non può pensare di sedurre l’amato, ma solo
di apparirgli in modo gradevole sapendo che non ha e non
può avere nessun potere, per cui l’amore dell’altro
sarà sempre e non potrà esser altro che dono
libero, anzi casuale, grazia!
L’innamorato non seduce presentandosi fiero di essere
potente. Egli, dicendo “ti amo”, non dice “io
valgo, io sono insuperabile”. No, “ti amo” è una
dichiarazione di resa senza condizione, significa “mi
arrendo, tu sei unico, il centro del mondo, il termine ultimo
della mia trascendenza”. Questo vuol dire “ti
amo”. L’innamorato vuol comunicare all’amato
ciò che lui prova, trasmettergli la sua esperienza
di visione totalizzante e spera che questo risvegli
nell’altro un qualche sentimento positivo che, però, è sempre grazia!
Pensare che l’innamorato voglia generare nell’altro
il sentimento di rispetto che il mortale deve al dio, cioè una
rinuncia alla propria libertà significa distorcere
l’esperienza reale dell’innamoramento, travisarlo,
deformarlo, annullarlo. È successo a lui personalmente,
a Sartre, a lui che tutta la vita ha voluto essere amato
senza mai volersi abbandonare all’amore, a lui che
ha sempre schiavizzato le donne che lo amavano (sugli
amori di Sartre vedi Laura Laurenzi, Amori e furori, Milano,
Rizzoli, 2000). Ma non è affatto
l’esperienza tipica, essenziale dell’innamoramento.
Quando dico “ti amo” non dico, come vorrebbe
Sartre, “tu non sei nulla, guardami come se fossi un
dio”. Questo lo dice il seduttore, questo lo dice il
divo alla ragazzina infatuata, questo lo dice il capo al
seguace. Ma il vero innamorato no.
L’innamorato dice sempre e soltanto “Con la tua
presenza il mondo fiorisce, perché tu fai germogliare
la bellezza, tu rendi ogni cosa sacra, e io ti prego di guardarti
con i miei stessi occhi. Cioè di vedere te stesso
trasfigurato, non me. C’è una poesia napoletana
nota in tutto il mondo, O sole mio (Il mio sole),
in cui l’innamorato dice alla donna amata: non c’è niente
di più bello di una giornata di sole quando l’aria
si rasserena dopo la tempesta. Ma esiste un altro sole, più bello
del primo, il mio sole, e questo sole sei tu! Eccone il testo: “Che
bella cosa na jurnata ‘e sole, n’aria
serena doppo na tempesta! Ma n’atu sole, cchiù bello,
oi né ‘o sole mio sta nfronte a te! O sole,
o sole mio, sta nfronte a te, sta nfronte a te!”. In
italiano: “Che bella cosa è una giornata di
sole, l’aria serena dopo la tempesta. Ma un altro sole,
più bello, o Nella, il mio sole sta in fronte a te!”.
Con questa canzone l’innamorato comunica alla sua donna
una esperienza personale, le dice come vede il mondo, come
vede lei e, perciò, come lei stessa dovrebbe vedersi.
Contrariamente a quanto pensa Sartre, quel “vedere
con gli stessi occhi” non significa che tu
devi vedere me come una divinità , quindi
renditi mia schiava come io mi sono reso tuo schiavo. No,
vuol dire “guarda il mondo con gli occhi che sanno
vedere; perché tu non sai chi sei, non vedi né te
stessa, né il mondo nella loro infinita bellezza,
nel loro fulgore come lo vedo io guardando te che amo. Ripetiamolo
in modo ancora più chiaro: l’innamorato non
dice: “guarda me” , dice: “guarda
te”. Ma guardati con i miei occhi innamorati che vedono
il tuo splendore e lo splendore del mondo.
Questo allora vuol dire che l’innamorato resta inerte,
che non fa nulla per guadagnarsi l’amore dell’amato?
No di certo. Egli cerca di presentare la parte migliore di
sé. La donna si fa bella, mette i suoi vestiti più eleganti,
cerca la pettinatura più attraente, studia un nuovo
trucco, si consiglia con le amiche, cerca in ogni modo di
piacere a chi ama. Ma ha il batticuore, perché considera
il suo amato infinitamente superiore a sé, e si avvicina
a lui con timore e speranza. L’uomo, di solito, è ancora
più inibito, si sente in balìa di un sentimento
che non riesce a capire e controllare, ma anche lui, se appena
può, fa qualcosa per valorizzarsi agli occhi della
donna amata. Non può più, come il cavaliere
medievale, andare a uccidere mostri e liberare fanciulle
prigioniere e, allora, cercherà di farsi vedere abile
al tennis o a sciare, parlerà dei suoi successi professionali,
insomma metterà in mostra quanto sa fare meglio. Però una
cosa deve essere chiara: nel vero innamoramento l’innamorato
non pensa mai di essere superiore alla persona amata, di
annichilirla con la sua presenza. Non cerca mai, per usare
l’espressione di Sartre di “risvegliare nell’altro
la coscienza della sua nullità di fronte all’oggetto
seducente”. Se questo avviene allora possiamo essere
sicuri che non si tratta di vero innamoramento.
L’innamorato si rende più attraente, cerca in
ogni modo di interpretare i gusti dell’amato, non per
dominarlo ma per piacergli, per rendersi degno
di lui. E lo fa spontaneamente, arriverei a dire istintivamente,
perché stimolato dal nuovo mondo meraviglioso che
vede attorno a sé. Un mondo trasfigurato dall’amore
e che ha la persona amata al suo centro. Soprattutto la donna,
quando è innamorata, diventa più bella e si
fa più bella in ogni momento.
Sartre scrive: (J.P.Sartre , op. cit. pp.458-459.) “La
parola è sacra quando
la vivo io, e magica quando l’altra la sente”.
Certo, questo avviene all’inizio. L’innamorato
vive in un mondo pieno di vibrazioni numinose, sacre. E tutto
quanto si riferisce all’amato diventa sacro, anche
la sua parola. L’amore mette sempre sulla bocca dell’innamorato,
anche del più umile e del più incolto innamorato,
le parole della poesia e del mito. Queste parole dicono la
sua esperienza, il suo amore, cercano di far vedere all’altra
persona il mondo come lui lo vede, come vede lei, di farle
sentire ciò che prova per lei. Se l’amato non
ascolta, non capisce, non le sente, l’amore non
diventa reciproco. Ma se ascolta, se capisce, allora le parole
risuonano nella sua mente e nel suo cuore, gli aprono la
porta del mondo incantato, ed egli vi entra. È così che
nasce la reciprocità. Se l’amato ascolta, se
riesce ad ascoltare, finisce per partecipare a una esperienza
diversa, dove tutto è più bello, intenso,
trasfigurato, vibrante, dove lui stesso si vede diverso,
si sente più vivo, più vero, più bello.
Il passaggio dalla unilateralità alla reciprocità è l’ingresso
nel mondo sacro.
Abbiamo detto che l’innamorato dice
all’amata “guarda il mondo con i miei occhi,
cioè gli occhi di chi vede il mondo trasfigurato dall’amore,
dove ogni cosa è splendente come nel giardino dell’Eden”.
E quando l’amata incomincia a vederlo in quel
modo che ha inizio la reciprocità. Corteggiare,
nell’innamoramento, perciò è evocare
il mondo sacro del mito, mostrare all’altro come egli è in
quel mondo, e invitarlo a entrare.
Entrare nel mondo sacro vuol dire entrare in Stato nascente. È questo
il concetto che manca a Sartre. L’innamorato è nello
stato nascente, la persona amata non ancora. Ma lo stato
nascente ha la proprietà di comunicarsi. Chi vive
nel sacro ha il misterioso potere di comunicare il sacro
all’altro, di evocarla in lui e per lui. Nello stato
nascente il riconoscimento non è riconoscimento della
mia superiorità, ma accesso ad una modalità suiperiore
di vedere e di sentire, cioè ad una rivelazione. Entrambi
ci riconosciamo come partecipanti del nuovo mondo meraviglioso
in cui tutto, e noi stessi, siamo trasfigurati.
Il passaggio dal mio innamoramento all’innamoramento
bilaterale è un salto ontico. L’altro
deve entrare anche lui in stato nascente e allora
ecco che la mia parola diventa sacra anche per lui. Sacra,
cioè divina, non magica, cioè stregonesca come
vorrebbe Sartre. E anche lui - divinità fino ad allora
immemore del suo essere - sente la voce degli dèi!
In questo mondo incantato dove parlano gli dèi, tutto
diventa possibile perché, se il mio amato è sacro,
anch’io amante sono sacro, come il monte, l’albero,
le pietre, il sasso, in quanto tutto è sacro. Perciò l’amore è solo
un risveglio, un sentire ciò che già c’era
ed io già sentivo. Il riconoscimento è quindi
anche autocoscienza dell’amato, che accetta
di vedere e di entrare nel mondo divino di cui il mio amore
già parlava.
Ed è perciò, con stupore, riconoscenza e gioia,
ma anche con naturalezza che l’innamorato sente rispondersi “anch’io
ti amo”, cioè vedo te come tu vedi me, perché c’è concordanza, riconoscimento di
costituire una unione sacra. Congiunti siamo essere e
abbiamo il dono di con-sacrare, fecondare la terra,
perciò siamo noi coloro che generano il nuovo
mondo, siamo noi la genesi. “È stato
il tuo corpo abbracciato al mio corpo abbracciato, a dare
vita al canto/ a generare la splendente parola che tutto
feconda. E il sole, il sole immortale, è soltanto/
il tuo corpo abbracciato al mio corpo abbracciato, e quel
canto.”
Ciò che Sartre descrive, la seduzione, il tentativo
di costringere l’altro, con la seduzione, a vedermi
come una divinità, non è l’innamoramento, è una
sua degradazione. Qualcosa che certamente avviene, che certamente
esiste. Qualcosa che anche lui, Sartre, ha sempre voluto,
sempre cercato nella sua vita. Perché esistono delle
persone che quando si innamorano, terrorizzate all’idea
di abbandonarsi all’amore, vogliono dominare l’altro, renderlo
un nulla davanti a loro. Cercano la sicurezza e distruggono
l’amore. È l’amore distruttivo,
l’amore sadico, l’amore ridotto al riconoscimento
della propria superiorità, come avviene nella dialettica
di Hegel, l’amore come dominio, asservimento dello
schiavo. L’amore che non è amore, ma oppressione.
E mi viene in mente, come caso concreto, quello di Aristotele
Onassis, un ricco armatore greco che ha sedotto, facendole
lasciare un marito che la adorava, la più grande cantante
lirica del XX secolo, Maria Callas. La grande soprano ne
esce distrutta da quella realazione. Onassis abbandona Maria
Callas per sposare un’altra donna famosa, Jacqueline
Kennedy, la vedova del celebre presidente degli Stati Uniti.
Questa volta la donna è più forte, ma il matrimonio finisce
comunque miseramente. Quindi possiamo dire che sì,
queste persone esistono, ma per sete di potere uccidono l’amore
al suo stesso nascere. Non fanno sorgere una comunità amorosa,
una coppia amorosa, ma un mostro. Poiché questa è stata
la sua esperienza personale, Sartre la descrive come fenomeno universale,
e spiega al mondo che l’innamorato parte volendo la
libertà, ma impone la schiavitù.
Sartre non capisce che, nello stato nascente, l’incontro
non è fra un Io e un Altro, ma fra due Tu, e che
il vero soggetto è un collettivo nascente autofondantesi
e trascendente l’esperienza, il dato, la storia. Nell’innamoramento
questo collettivo è la coppia, nei grandi movimenti
una collettività religiosa, politica o culturale.
Il suo è un errore catastrofico. Perché l’innamoramento è il
più piccolo dei movimenti collettivi, chi non ne capisce
la dinamica, non capisce nemmeno cosa accade nei grandi movimenti.
E sono le pagine sull’amore quelle che spiegano l’errore
che compirà quando cercherà, nella sua opera
maggiore di tracciare la dinamica dei movimenti e delle rivoluzioni.
Ne La critica della ragione dialettica (J.P Sartre, Critica
della ragione dialettica, trad. ital. Milano, Il Saggiatore,
1985) la fusione
del gruppo si trasforma istantaneamente nella fraternità-terrore.
Come l’innamoramento non sa generare una coppia amorosa,
anche il movimento non sa generare una comunità solidale,
una istituzione di convivenza, ma solo un mostro, l’asservimento,
il terrore. E così si autodistrugge, si autonega.
Denis de Rougemont
Non innamoramento ma infatuazione da
perdita e ostacolo.
Il libro che, più di ogni altro, ha
parlato della passione amorosa, ed ha contribuito
a screditarla, è stato L’amore e l’occidente di
Denis de Rougemont (Denis De Rougemont, L’amore
e l’occidente, trad. ital. Milano, Rizzoli, 1964).
Un’opera per molti aspetti
ammirevole, scritta da un grande studioso di letteratura.
De Rougemont parte, nella sua analisi, dallo studio delle
varie versioni del romanzo medioevale Tristano,
la prima opera in cui appare la “passione amorosa” e
che, alla sua epoca, ha avuto uno strepitoso successo. Ricordiamo
brevemente la vicenda. Tristano uccide il gigante Morholt
e ne viene ferito. Si reca in Irlanda dove la regina, che è sorella
del gigante, detiene il segreto della guarigione. E qui viene
curato dalla principessa Isotta, la bionda. Anni dopo Marco,
re di Cornovaglia, lo manda in Irlanda a prendere la stessa
Isotta, che deve sposare. Ma, nel viaggio di ritorno, i due
bevono per sbaglio un filtro magico, e si innamorano follemente.
Tristano accompagna Isotta alla corte del re che la sposa,
ma continuano a amarsi finché non vengono scoperti,
e devono fuggire nella foresta. Dopo tre anni il filtro cessa
di agire. Essi ritornano a corte dove il re li perdona, ma,
non si sa come, il loro amore riprende. Tristano allora si
allontana, sposa un’altra Isotta, chiamata "Isotta
dalle bianche mani", ma la lascia vergine. Riparte,
ha altre avventure. Ferito torna al casello di Isotta dalle
bianche mani e, sentendosi morire fa chiamare la regina di
Cornovaglia, che arriva inalberando sul vascello vele bianche,
simbolo di amore. Ma sua moglie gli dice che le vele sono
nere e Tristano, schiantato dal dolore, muore. Arriva Isotta
la bionda e, vedendo l’amato morto, muore a sua volta
abbracciata a lui.
De Rougemont fa notare che gli ostacoli all’amore fra
Tristano e Isotta sono pretestuosi. Tristano, che è più forte,
poteva prendersi la regina e uccidere il re, e non lo fa.
Quando cessa l’azione del filtro potevano separarsi
e invece continuano. Non si capisce poi perché se
ne vada e si sposi a sua volta. Insomma - conclude De Rougemont
- la passione divampa quando gli amanti sono ostacolati e
lontani, e languisce quando sono vicini e possono amarsi.
Cosa desiderano allora veramente? Amarsi, stare insieme,
pacificarsi nella soddisfazione? No, essi desiderano ardere
di passione, bruciarsi dell’ebbrezza dell’amore
alimentato dalla distanza, dall’ostacolo. “Hanno
bisogno l’uno dell’altro per bruciare, non dell’altro
come realtà; e non della presenza dell’altro
ma piuttosto della sua assenza.” (Ibidem p. 86)
Questo amore, di conseguenza, non vuole il compimento, la
soddisfazione, il matrimonio, ma ardere e consumarsi fino
alla morte. Esso perciò, conclude De Rougemont, non vuole la vita ,
ma la morte.
E da dove deriva una tale concezione contraria alla vita?
L’autore fa notare che la poesia dei trovatori diffusa
in quell’epoca esalta sempre l’amore lontano. “L’amore
trobadorico, cortese, provenzale, è addirittura contrario
al matrimonio, perché il matrimonio è l’unione
dei corpi mentre l’amor è il balzo
dell’anima verso l’unione luminosa, al di là di
ogni possibile amore di questa vita. Ecco perché l’amore
presuppone la castità” (Ibidem
p. 119). La dama deve essere inaccessibile,
oggetto di desiderio mai soddisfatto.
Da dove ha derivato questa concezione dell’amore la
poesia trobadorica? De Rougemont osserva che essa è nata
in Provenza in concomitanza con il diffondersi di una eresia
manichea, venuta dall’oriente, l’eresia catara,
secondo cui il mondo con i suoi mali non è stato creato
da Dio, ma dallo Spirito Malvagio. L’anima è una
scintilla divina imprigionata nelle tenebre della materia,
e aspira a sfuggire da questa orribile prigione per tornare
a congiungersi con Dio. L’amore è dunque
un’aspirazione a distaccarsi dal mondo, a salire verso
la sfera ultraterrena, divina, per annullarsi nella divinità.
In questa cultura la donna amata - per i trovatori, ma anche
per Dante, per Petrarca - simbolizza la propria anima alla
ricerca della divinità lontana, inaccessibile, e
che si raggiunge solo con la morte.
E il fondamento più antico di questa concezione,
sostiene De Rougemont, va trovata nella concezione dell’amore
di Platone. Per Platone l’amore, eros, non è rivolto
a un oggetto concreto, ma alla sublime bellezza delle idee,
alla divinità. “L’eros è il
Desiderio totale, l’aspirazione luminosa, lo slancio
religioso portato alla sua più alta potenza, all’esigenza
ultima di purezza che è l’estrema esigenza
dell’unità. Ma l’unità è l’ultima
negazione dell’essere attuale, nella sua sofferente
molteplicità” (Ibidem
p. 103).
E qui il lettore mi consenta una prima
nota critica. De Rougemont si riferisce essenzialmente a
quanto Platone scrive nel Fedro, non ne Il Convito. Ne Il Convito Platone
parla di amore terrestre, di amanti reali e si conclude con
la spiegazione di Diotima secondo cui l’amore nasce
da Poros e Poenia, dalla scarsità e dall’ingegno
per superarla. E precisa che Eros è intermedio fra
gli uomini e gli dei. Sarà solo con la filosofia di Plotino , il neoplatonismo
mistico , che l’amore tende all’annullamento
nell’UNO, cioè in Dio.
Ma continuiamo a seguire De Rougemont. Egli studia la religione
dei Celti e nota che anche nella religione druidica, diffusa
un tempo in Provenza, vi era un dualismo
di tipo manicheo con dèi luminosi e dèi oscuri.
Poi passa a studiare le religioni iraniche, quella mazdaica
di Zarathustra, quella manichea di Mani e, infine, lo Gnosticismo
cristiano. In esse il mondo non è creato da Dio, ma
da uno spirito malvagio - Ahriman nella religione mazdaica,
Satana nello Gnosticismo - e le anime degli uomini
ne sono prigioniere. Esse perciò desiderano sfuggire
alla loro prigione e ricongiungersi alla loro fonte, oggetto
ultimo del loro amore, Dio. Ma Dio è lontano, è al
di là dei sette cieli e il loro desiderio si
esprime come nostalgia, aspirazione, passione d’amore.
Nello Gnosticismo questa concezione si sposa
con il Neoplatonismo, secondo cui l’anima umana è una
scintilla divina , parte stessa della divinità,
precipitata nelle tenebre e che aspira a ricongiungersi con
la sua sorgente originaria. La vita religiosa è perciò uno
struggimento e una ricerca per ritrovare la patria perduta.
E lo stesso avviene per l’amore, che non
potrà mai perciò appagarsi quaggiù, e può manifestarsi
solo come aspirazione trascendente.
È questa, secondo De Rougemont, questa stessa concezione è alla
base della mistica islamica, la mistica del cuore di Shurawardi,
Al Allag e del grande poeta Mawlawa Jalaladdin
Rumi. . Una mistica diffusa in Spagna e passata
nella vicina Provenza dove si è impiantata
la religione manichea-catara. E’ la loro
unione che tramette alla poesia
trobadorica l’idea dell’amore come
aspirazione a uscire dal mondo.
Ma De Rougemont va oltre. Porta agli estremi la distinzione
fatta da Rudolph Otto fra mistica orientale unitiva e occidentale,
o epitalamica. Egli mette insieme, come mistica orientale
unitiva, tutte le forme di pensiero celtico, platonico,
mazdaico, manicheo, gnostico, cataro islamico, indiano-vedanta.
E persino buddista in quando “tende alla negazione
del diverso, all’assorbimento nell’Uno",
alla fusione totale col dio o, come nel Buddismo alla “estinzione”.
E ad esse contrappone, come mistica occidentale, quella
cristiana in cui ,invece, “esiste tra Dio e l’uomo
un abisso essenziale quindi nessuna possibilità di
fusione né d’unione sostanziale. Ma soltanto
Comunione. Il modello è il matrimonio della Chiesa
con Dio … e suppone una discesa della grazia da Dio
all’Uomo” (Ibidem p.
113). Il Cristianesimo è infatti
incarnazione, valorizzazione del mondo, dell’uomo e
amore dell’uomo per gli altri uomini, per il prossimo.
Mentre l’amore della mistica orientale è eros ,
che ignora il prossimo, l’amore cristiano è agapé che
ama il prossimo e, al posto della passione amorosa, vuole
il matrimonio.
In sostanza secondo De Rougemont nel XII secolo in
Europa c ‘è stata una vera invasione di
misticismo orientale unitivo, che rifiuta il mondo
e si esprime come “passione”. Una grande eresia
in lotta contro il cattolicesimo. Per cui, concludendo, scrive: “L’amore
passione è apparso in Occidente come uno dei contraltari
del Cristianesimo e specialmente della sua dottrina del matrimonio.” (Ibidem p. 118)
Una breve di riflessione critica. La
differenza che De Rougemont fa fra
mistica occidentale e orientale non è insostenibile.
Non è vero che la mistica islamica sia unitiva. Autorevoli
studiosi, prendo come esempio solo Massignant, ritengono
che le accuse di unitarismo fatte a Shurawardi e ad Al Allag
fossero ingiustificate. E non si può considerare certo
unitiva il resto della mistica sufi. Il mistico ama il suo
Signore e desidera unirsi a lui, ma da ciò non deriva
che ci sia unità fra creatura e creatore, identità fra
anima e Dio. Unitiva è solo la mistica
indiana. La filosofia di Sankara afferma “tat svam
asi”, tutto è tutto, l’anima è essa
stessa Brahman e il mondo è illusione. Per cui l’illuminazione
non è nemmeno ricongiungersi, ma è uno scoprire,
capire che siamo la stessa cosa del Brahman impersonale e
indicibile. Per non parlare poi del Buddismo in cui non ha
nemmeno senso la parola “unione”.
E veniamo ora alla mistica occidentale
ortodossa. Il campione di questa mistica , secondo De
Rougemont, è Meister Eckhart in cui l ’unione
fornisce la possibilità di una agapé (carità,
fratellanza) e fiducia,
fede, abbandono, servire. Ma davvero il senso profondo della
mistica di Meister Eckhart è l’amore per il
prossimo e l’azione? Leggo un suo passo : “Quando
non prego per nessuno e non chiedo niente, prego più propriamente;
perché in Dio non c’è né Enrico
né Corrado. Quando preghiamo Dio per qualche altra
cosa che non è Dio, è ingiusto, è una
mancanza di fede; è come se volessimo mettere qualcosa
accanto a Dio; è come se volessimo fare di Dio un
nulla e, a partire dal nulla, volessimo fare Dio” (Gwendoline
Jarczyk, Jean-Pierre Labarriére, L’impronta del
deserto. L’ateismo misitico di Meister Eckhart.
Milano, Guerini e associati, 2000, pg. 217).
E dove è finita l’agapé, il prossimo?
Certo, la mistica di Meister Eckhart è fredda,
non può essere accusata di
passionalità. È tanto fredda che ci
ricorda spesso il Buddismo. E Ryusbroeck perciò accusa
Eckardt di mancanza di amore e gli contrappone
l’amore delle beghine, un movimento religioso femminile
caratterizzato da un amore ardente, appassionato per Dio,
per Cristo.
Ma all’estremo opposto della freddezza
di Meister Eckhart non c’è anche buona
parte del francescanesimo? Rileggiamo questo passo
di Jacopone da Todi: “Il mio cuore fonde come il ghiaccio
il fuoco quando strettamente abbraccio il mio Signore gridando:
l’amore dell’Amore mi consuma e io mi unisco
ebbro d’amore. Nelle fiamme io ardo e languisco gridando;
vivendo muoio e vivo morendo. Tuttavia non amo, ma ho sete
d’amare e ho fame di unirmi all’amore”. (De
Rougemont, op. cit., p. 210) Questo è il linguaggio
della passione, della ricerca disperata di congiungersi amorosamente
con Dio.
Che differenza c’è , allora, fra questa mistica, cristiana,
e la grande mistica islamica dell’amore di Rabia, di Attar, di Ibn Arabi,
di Al Allag, di Al Ghazali, di Rumi? L’unica differenza è che
nei mistici cristiani l’amore per Dio si travasa, sul modello di
Gesù Cristo, nell’amore per il prossimo, nell’azione caritatevole,
nel sacrificio per gli altri. Differenza enorme, ma non ha
nulla che fare con lo slancio appassionato d’amore. Si
può sostenere
con assoluta sicurezza che tanto i mistici cristiani (Taulero, Suso, S. Francesco,
Jacopone da Todi, e poi S. Giovanni della Croce, S. Teresa d’Avila etc.)
come quelli arabi sono uniti (forse proprio con l’eccezione di Eckardt)
dall’amore appassionato per Dio.
E questo amore-passione per Dio ha certamente nella mistica
cristiana, più che in quella araba, due momenti dialettici.
Ora è vissuto come pienezza di compimento, estasi,
felicità, e in altri momenti come notte oscura (Taulero,
S. Giovanni della Croce), in cui Dio è lontano e ti
mette alla prova. Quindi proprio nella
mistica cristiana ortodossa c’è la passione
dovuta alla distanza, lo spasimo verso l’amato che
non risponde. E non è proprio quanto De Rougemont
rimproverava agli gnostici, ai neoplatonici, ai catari, agli
amanti della poesia trobadorica ?
Lasciamo per il momento da parte tanto
la poesia trobadorica quanto la mistica. Prendiamo in esame
l’esperienza dell’innamoramento come lo conosciamo
oggi. L’innamoramento incomincia come spasimo, come
incertezza, alternanza di estasi e tormento, visione trasfigurata
e sacra dell’amato e del mondo, percezione di essere
a contatto col divino attraverso l’amore. Ciò che
ho chiamato lo stato nascente ed è la prima
fase dell’innamoramento. Ma poi lo stato nascente diventa
movimento, scontro delle volontà, che ho chiamato lotta
con l’angelo (F.Alberoni, Ti
Amo, Milano, Rizzoli, 1996) e poi
elaborazione di un progetto, costruzione della coppia, con
patti, regole, che ho chiamato istituzione, da
cui nasce un amore profondo e stabile. I due amanti
non continuano a domandare all’altro: “mi ami?” e
non domandano più a se stessi: “lo amo?”.
Essi si amano intensamente senza struggersi di passione,
senza cercare qualcosa di inaccessibile. Ebbene non è questa
l’agapé, l’amore che trova l’altro?
Ma non c’è bisogno di scomodare due principi
opposti, l’uno di origine cristiano-occidentale e l’altro
di origine pagano-orientale. Il loro rapporto è semplicemente
quello descritto dalla sequenza innamoramento-amore.
Tutto quanto ci ha detto De Rougemont finora sul Tristano,
sulla poesia trobadorica, sottolinea sempre e soltanto la
fase iniziale, quella dello spasimo, della ricerca, del non
raggiungimento. Non il suo seguito, il suo sviluppo, il suo
compimento, l’istituzione, cioè l’amore.
Ed effettivamente nella poesia trobadorica troviamo solo
questo primo momento, non il secondo. Ma perché non
ce lo troviamo? A causa del manicheismo e della mistica araba?
O perché la struttura della società del
tempo, soprattutto quella nobiliare, impedisce che
l’innamoramento fra individui di ceti diversi si
concluda nel matrimonio?
Nel medioevo europeo l’aristocrazia faceva solo matrimoni
dinastici o di convenienza, e i preti, cioè gli intellettuali
dell’epoca, non potevano sposarsi a meno di non ribellarsi, come
farà Abelardo che si innamora e sposa Eloisa. Per
moltissimo tempo, perciò l’amore dell’innamoramento è temuto
e condannato. Quando compare la poesia trobadorica, e vengono
scritte le storie di Tristano e Isotta, la società sta
uscendo dal feudalesimo con la nascita della borghesia, con
le libertà comunali, ma continuano a valere le vecchie
regole. Ed ecco allora che la passione amorosa, fino allora
temuta e silenziosa, prende la parola e
si descrive com’è nella realtà: innamoramento
ostacolato, passione che si scontra con le norme e i valori
sociali, adulterio.
Le sue parole, e qui De Rougemont ha ragione, vengono prese
dalla mistica araba che descrive l’amore appassionato
per Dio e dal manicheismo cataro. Ma anche dalle
Beghine tedesche, che usano un linguaggio appassionato
E sono state proprio le beghine, come dimostra Grundman,
ad accendere la fiamma a cui i domenicani, come Eckardt,
Taulero, Suso, cercheranno di dare base teologica ortodossa,
facendo così nascere la mistica tedesca
(H. Grundmann Movimenti religiosi
nel medioevo, Bologna, Il Mulino, 1974). Quindi
ha ragione De Rougemont a mettere in evidenza l’importanza
della mistica, ma solo in quanto questa offre un linguaggio
adatto a descrivere un’esperienza amorosa che stava
diffondendosi per conto proprio.
De Rougemont ha un tale orrore della “passione
amorosa” da considerarla un “sentimento
eretico”, patologico, mostruoso. E ad esso contrappone
il sentimento ortodosso, l’agapé cristiana
che è l’amore per il prossimo e il matrimonio.
Ma un matrimonio senza passione.
Egli ha scritto la sua opera di getto, nel 1938, ma
poi vi ritorna sopra nel 1954. Ed è in quest’epoca
che affronta decisamente il tema del matrimonio, della sua
crisi nel mondo moderno, del divorzio. E la colpa è sempre
della passione amorosa, che considera sempre derivata dall’eresia
catara e della mistica araba, anche se ormai desacralizzata
e dimentica delle sue origini.
E ci spiega che questa antica malattia nel mondo moderno
ha mutato volto, si è trasformata nell’eresia
secondo cui il matrimonio dovrebbe essere basato sulla passione.
La sostengono scrittori dissennati, lo sostiene il cinema
di Hollywood, lo crede la gente traviata confusa. E con quale
spaventoso risultato? Se la gente identifica l’amore
con la passione - l’eros che vuole l’assoluto
e non la persona reale - e si sposa in preda alla passione,
in breve tempo scoprirà che la passione è scomparsa
,e andrà alla ricerca di un’altra passione.
Per realizzarla, divorzierà. Ma poco dopo il divorzio
e la nuova effimera passione, di nuovo subentreranno l’aridità e
la monotonia e quindi la ricerca di un altro amore-passione,
con un altro divorzio e così via. La ricerca dell’amore-passione
conduce inevitabilmente a una sequenza ininterrotta di infedeltà e
di divorzi, alla crisi irreparabile del matrimonio. De Rougemont,
non può nemmeno immaginare che la passione possa trasformarsi
in amore solido e fedele.
Gli sta a cuore salvare il matrimonio. Per salvarlo bisogna
sottrarlo alla passione e basarlo su altre forze. Ma quali
forze? Sull’agapé, l’amore per il prossimo?
Nonostante tutta la sua buona volontà non riesce nemmeno
lui a crederci. E allora? Allora lo fonda sulla fedeltà.
I giovani dovrebbero sposarsi a freddo, senza essere innamorati,
anzi avendo ben cura di scegliere una persona
per cui non provano una attrazione appassionata. È
utile a questo punto leggere quanto scrive, perché ci
mostra il vicolo cieco in cui si è cacciato: “Concludo
che sarebbe più conforme all’essenza del matrimonio
insegnare ai giovani che la loro scelta dipende da un certo
arbitrio di cui essi si impegnano d’accettare le conseguenze
felici o no …… con una decisione presa
a dispetto di tutto, e che fonda un’esistenza nuova,
iniziando un nuovo rischio… Scartiamo ogni malinteso:
irrazionale non significa affatto sentimentale (…… Solo
una tale decisone, irrazionale ma non sentimentale, sobria
ma priva di qualsiasi cinismo, può servire da punto
di partenza a una reale fedeltà; e non dico a una
ricetta di felicità, ma ad una fedeltà che
sia possibile” (Denis De
Rougemont, op. cit. p. 362). Cioè per
avere un buon matrimonio fedele due persone devono scegliersi
solo se non sono innamorate , se non provano
la minima attrazione sentimentale , e poi impegnarsi
alla fedeltà senza sperare di essere felici.
Dopo questa incredibile proposta (1954), col passare degli
anni, qualche dubbio è venuto anche al nostro autore.
Nella seconda appendice al suo volume si corregge citando
il suo scritto Comme toi-meme (del 1961): “Ho
denunciato qual è l’errore del romanticismo
imborghesito che ancora domina i nostri costumi, pretendere
di fondare il matrimonio sull’amore passionale, cioè su
ciò che è nato per negarlo”. Ma poi
aggiunge inaspettatamente: “Un errore quasi altrettanto
fatale di quello che si commetterebbe volendo escludere la
passione dal matrimonio”…e continua: “ Se è vero
che la passione aspira all’Inaccessibile e se è vero
che l’Altro in quanto tale resta agli occhi di
un amore esigente il mistero più gelosamente celato,
eros e agapé non potrebbero stringere una paradossale
alleanza nello stesso seno di un matrimonio accettato? Ogni
altro non può diventare l’Inaccessibile, ogni
donna amata una Isotta…?”.
Certo, certo, possiamo aggiungere noi, stia pur sicuro, avviene.
Nell’ innamoramento ogni donna amata diventa Isotta
la bionda, simbolo della divinità inaccessibile. Si trasforma nello
stato nascente, quando la persona amata appare sacra, divina.
Ma poi i due innamorati fanno di tutto per conoscersi,
per comprendersi e , attraverso un patto , accettano
i propri limiti e quelli dell’altro. L’innamoramento
diventa così amore: agapé, matrimonio.
Ma questa teoria è scritta in un mio libro: Innamoramento
e amore.
George Bataille
Non innamoramento ma infatuazione erotica
Se Sartre sbaglia perché ignora la
dimensione sacra dell’innamoramento, se De Rougemont
la travisa, George Bataille la coglie con estrema chiarezza
(George Bataille, L’erotismo, trad. ital.
Sugar Editore, Milano 1967. L’opera è uscita
in francese nel 1957). Ma esagera quando, soprattutto agli
inizi della sua ricerca, estende il carattere sacro a tutto
quanto l’erotismo.
Seguiamo il suo percorso.
Egli parte dal processo di umanizzazione. L’uomo diventa
tale perché rinuncia all’eccesso, allo spreco
proprio della natura e organizza le sua attività razionalmente
in rapporto a un fine. Il risultato è il lavoro.
Lavoro e natura sono opposti. La natura è eccesso, dissipazione.
Essa utilizza una massa immensa di energie, crea un’infinita
complessità negli organismi pluricellulari viventi,
ma poi li distrugge perché è solo dalla loro
decomposizione che ne fa sorgere degli altri. Nella natura
la vita implica la morte, la violenta distruzione dell’organismo
singolo. L’uomo che è cosciente di essere
individuo, che conosce la morte, ne prova angoscia
e orrore. Ed allora costruisce contro
di essa strutture sociali in cui
vivere protetto e , fra le prime norme, emette un
tabù contro il cadavere e l’impurità della
decomposizione. Ma poiché è dalla morte che
nasce la vita, deve emettere un tabù che colpisce anche la
riproduzione (tabù sessuali, mestruali etc.).
Ma l’uomo appartiene tanto alla natura che
alla cultura. Egli è duplice. Crea il tabù è contemporaneamente è tentato
di violarlo. Vi è perciò una duplicità formata dal
tabù e dalla sua violazione. La religione e
il sacro sono proprio questa duplicità: copresenza
interiore del tabù e della sua violazione. Duplice
brivido d’angoscia del no e del sì detti contemporaneamente
Il tabù del non uccidere vale nell'epoca di pace,
ma viene violato nella guerra. E nelle società arcaiche
nelle attività rituali. Ma soprattutto viene violato
nel sacrificio che è al centro dell’esperienza
religiosa e , alle origini , è sempre stato
sacrificio umano.
Lo stesso per il tabù della
riproduzione. Il tabù viene perdiodicamente infranto,
ed emerge allora in modo esplosivo la violenza della
natura. “Alla base dell’erotismo abbiamo l’esperienza
di uno scoppio, d’una …..esplosione” (Ibidem
p. 103). In
quel momento va in pezzi l’organizzazione
del mondo sociale ordinato , ma anche il sé e la
coscienza. "E viene lasciata libera La
convulsione della carne …..… colui che si abbandona
a tale movimento non è più umano si fa, al
modo delle bestie, cieca violenza.” (Ibidem
p. 119)
Bataille fa l’esempio della donna altera, elegante, raffinata,
perfettamente padrona di sé, pronta ad offendersi ad
una frase meno che corretta. Ma quella stessa donna, quando
si abbandona all’atto sessuale, diventa un'altra persona,
una baccante sfrenata. “Possiamo facilmente immaginarci la sorpresa
di colui che non avesse conoscenza e che, per una macchinazione, assistesse,
non visto, ai sui trasporti amorosi .Vi scorgerebbe il sintomo
di una malattia, l’analogo della rabbia canina… Per il momento,
la personalità della donna è morta (e il vuoto) lascia
il posto alla cagna, che approfitta del silenzio, dell’assenza e
gode urlando“(Ibidem p. 120).
La stretta connessione,
anzi l’identità fra
erotismo e religione si vede nell’orgia sacra.
Questa non serve a produrre fertilità, non è un
atto di lavoro. Al contrario è una rottura, uno svanire
dell’ordine del lavoro, è festa. “Disordine
di grida, disordine di gesti violenti e di danze, disordine
di amplessi, disordine infine di sentimenti, animati oltre
ogni misura da convulsioni.” Questa effusione è “disordine
dell’essere che si perde e non oppone più nulla
alla scatenata proliferazione della vita” (Ibidem),
questo dissolvimento convulsivo nell’indistinto è il
sacro. Il sacro perciò, secondo Bataille è la
manifestazione della rottura del mondo ordinato,
controllato, disciplinato: “l’ordine instaurato
dal lavoro, vale a dire dall’ordine profano” (Ibidem).
L’erotismo è sempre
trasgressione, ritorno dell’indistinto, presenza della
morte nella vita, della violenza nella società.
Bataille studia poi il
rapporto fra bellezza ed erotismo ed anche qui vi vede una
rottura. Noi cerchiamo la bellezza, desideriamo la bellezza,
ma in che senso e in che modo la bellezza diventa erotica?
Per capirlo domandiamoci cosa consideriamo bello: “Un
uomo, una donna sono di regola giudicati belli" quando " le
loro forme si discostano dalla animalità” (Ibidem
p. 157).
Ma questa bellezza asettica, fredda non è erotica.
Essa diventa erotica solo quando la corrompiamo,
la contaminiamo . “La bellezza è desiderata “al
fine di corromperla. Non in sé e per sé, bensì per
la gioia gustata nella certezza di profanarla” (Ibidem). …..L’importante è profanare
quel volto, quella bellezza …… mettendo a nudo
le parti segrete di una donna, poi introducendovi l’organo
virile. Nessuno dubita della laidezza dell’atto sessuale...
l’essenza dell’erotismo consiste nella profanazione” (Ibidem
p. 159).
Molte di queste osservazioni di Bataille ci appaiono, a
distanza di soli cinquant’anni , profondamente datate.
Il cinema ci ha abituato alla bellezza di corpi nudi abbracciati,
e quello erotico-pornografico alla bellezza del pene, del
monte di Venere, delle grandi labbra depilate e delle piccole
labbra rosee, che accolgono il pene. Oggi non si potrebbe
certo dire che l’atto sessuale, la penetrazione, la
fellatio o il cunnilingua sono laide. Il tabù resta
nel senso che queste immagini non si mostrano a chiunque.
E’ comunque un tabù sempre più sbiadito.
Ma seguiamo il nostro autore. Egli osserva, sulla base del
rapporto Kinsey, che il minimo dell’attività sessuale
viene svolta da chi svolge un lavoro regolare e ,il massimo,
invece dalla gente della malavita, che controlla
i night club, il gioco d’azzardo, la prostituzione. Cioè da
chi è più lontano dal lavoro quotidiano, monotono
regolare e più prossimo alla violenza, all’arbitrio.
E’ dalla malavita e dalla prostituzione che
viene il linguaggio osceno, perché è il
linguaggio dell’odio, della profanazione. Ma l’erotismo,
per essere tale, deve sempre essere anche trasgressione,
profanazione. Anche gli amanti onesti, rispettosi dei tabù,
per eccitarsi, per vivere fino in fondo
una sfrenata esperienza erotica, usano le espressioni
oscene, volgari , violando perciò il loro perbenismo,
la loro rispettabilità.
A prima vista queste osservazioni di Bataille sembrano non
aver alcun rapporto con il nostro problema, che è quello
dell’innamoramento. Ma nella sua analisi, c’è un
elemento importante, assente negli altri autori
: l’idea del passaggio improvviso, brusco, da
un ordine all’altro. Noi viviamo abitualmente nell’ordine profano,
l’ordine del lavoro, potremmo dire dell’istituzione.
Ma non sempre. C’è e deve esserci sempre un
momento in cui questo ordine va in pezzi sotto l’azione
della violenza. Allora si produce l’esperienza dello
straordinario, dell’erotismo, del religioso. Ecco l’affinità con
il nostro tipo di analisi. Non avviene qualcosa di analogo
nello stato nascente? Si dissolve l’istituzione e,
in un uragano di emozioni, si rivela lo straordinario.
La differenza però resta profonda. Bataille mette
in evidenza il momento distruttivo, non il momento costruttivo.
Inoltre il momento distruttivo di cui egli parla è solo
una incrinatura, una fessura dell’istituzione, da cui
emerge un getto dell’animalità e del disordine
sottostante. L’Istituzione in quanto tale non viene
toccata. Anzi potremmo dire che l’istituzione prevede
essa stessa quell’emissione periodica di energia. Ce
lo dice lui stesso, affermando che il tabù deve essere
violato. Diciamo che questa trasgressione e distruzione sono,
almeno parzialmente, istituzionalizzate. In molte società la
guerra, la caccia, l’orgia sacra sono esse stesse istituzioni.
Bataille continua l’analisi compiuta da Roger
Caillois che ci ha mostrato che il momento distruttivo -
l’orgia, la festa - rafforzano, rinsaldano l’istituzione (Roger Caillois L’homme et le sacré , Paris,
1939).
Esse costituiscono uno scarico di tensioni eccessive, la
dissipazione di energie eccedenti, esuberanti, che potrebbero
mettere in crisi l’istituzione ma che, invece, ritualizzate,
la rafforzano, la confermano. Nella violazione istituzionale
o occasionale del tabù appare un’esperienza
straordinaria, un brivido, il meraviglioso, il piacevole.
Ma non appare un nuovo cielo e una nuova terra. Invece nello
stato nascente dell’innamoramento sì. Lo stato
nascente spezza l’istituzione, la dissolve e, al suo
posto, attraverso il movimento, ne fa nascere una
nuova.
Nel caso di Bataille, inoltre, la trasgressione, la rottura
dell’istituzione avviene molto frequentemente, ogni
volta che abbiamo un’esperienza erotica. Lo stato nascente,
invece, è un’esperienza straordinaria,
che compare poche volte nella vita individuale e collettiva.
Inoltre la rottura della vita istituzionale in Bataille produce
semplicemente una emozione, un eccitamento. Lo stato nascente,
al contrario, produce una profonda e duratura trasformazione
del modo di sentire e di pensare e genera una
nuova comunità.
Anche in questo caso, come abbiamo fatto con Sartre, è inutile
contrapporre una teoria all’altra sulla base di ragionamenti.
I limiti della teoria di Bataille si vedono solo esaminando
i comportamenti concreti, e questo possiamo farlo distinguendo
l’esperienza della infatuazione erotica da quella del
vero innamoramento. La prima rappresenta il parossismo dell’erotico,
ma non corrisponde affatto al grande amore.
Incominciamo dall’infatuazione erotica. Due
persone si piacciono, si piacciono moltissimo e si gettano
l’uno nella braccia dell’altra e sono prese da
una vera e propria follia erotica. Restano chiusi in una
stanza d’albergo per giorni interi, facendo continuamente
all’amore, penetrandosi in tutti i modi, con furia,
accanimento, dolcezza, in cento modi, mescolando i loro corpi,
i loro umori, la saliva, lo sperma. Poi mangiano, ricominciano,
dormono sfiniti e, appena svegli, si riscoprono bramosi.
Così fino allo sfinimento, all’esaurimento dell’energia,
alla soddisfazione piena del desiderio. Non c’è assolutamente
bisogno di un’orgia collettiva per scatenare l’eccesso
dell’erotismo. Anzi, sono convinto che questo si ottiene
piuttosto nell’orgia a due, nella commistione erotica
parossistica di due soli corpi, che si riconoscono nella
loro separatezza piuttosto che nella commistione caotica
del collettivo.
Ebbene questa esperienza di erotizzazione totale, di sfrenatezza
senza limiti, di rottura di ogni ordine quotidiano, di eccesso
senza freni, l’hanno anche gli innamorati. La “frenesia
erotica” è una componente essenziale dell’esperienza
dello stato nascente dell’innamoramento. Ma attenzione,
c’è ma non basta, c’è ma non è sola.
Oltre a fondersi nella frenesia erotica, gli innamorati cercano
di fondere anche le proprie anime. Perciò fra una
vertigine erotica e un’altra, ci sono degli spazi di
stupore, delle vibrazioni sacre, e il fluire delle parole
della poesia d’amore che si mescola, in modo apparentemente
impossibile, al linguaggio che Bataille chiama osceno. E
in questa mescolanza ciò che nella infatuazione
erotica è, e vuol essere, solo osceno, nell’innamoramento
miracolosamente cambia natura: l’osceno diventa sublime,
le stesse parole mutano significato finché si trasformano.
I veri innamorati inventano allora un altro linguaggio, il
loro personale linguaggio per indicare il proprio sesso,
il proprio erotismo, le parti sessuali del proprio corpo.
Pensiamo
al libro L’amante di Lady Chatterly (David
Herbert Lawrence, L’amante di lady Chatterly, trad.
ital. Milano, Mondadori, 1946).
Nella infatuazione erotica invece questo processo inventivo
non avviene, le parole erotiche sono sempre prese dal mondo
esterno.
Ma c’è un’altra differenza fondamentale.
Nella infatuazione erotica l’orgia, la frenesia erotica
dura qualche giorno, ma poi ha bisogno di interruzioni. I
due partner, che hanno mescolato senza freni i loro corpi,
i loro sessi, i loro umori, si separano, tornano alle loro
case, alla loro attività quotidiana e non pensano,
o pensano raramente, all’altro. Nessuno sente il bisogno
di sapere che cosa sta facendo l’altro in quel momento,
anzi se l’altro si facesse continuamente vivo ne
sarebbe seccato. Il desiderio erotico, l’energia erotica
si ricarica nella separatezza. Molti amanti hanno incontri
frenetici ogni settimana o ogni mese, di solito tanto più intensi
e sfrenati quanto più distanziati.
Nel vero innamoramento invece gli amanti, anche
dopo la più frenetica orgia erotica, appena lasciati tornano immediatamente a pensare
all’amato e desiderano nuovamente incontrarlo,
vederlo, parlargli, baciarlo. Quando sono lontani vorrebbero
sapere ogni istante che cosa fa. Il tempo dell’erotismo è discontinuo,
granulare, intervallato. Il tempo dell’innamoramento,
in vece è continuo, compatto. Vuol riempire
tutti gli intervalli, aspira a diventare contemporaneità.
Un esempio molto bello in cui uno degli amanti
vive una infatuazione erotica, mentre l’altro è innamorato,
ce lo offre il libro di Marguerite Duras L’amante (Marguerite
Duras, L’amante, trad. ital. Feltrinelli,
Milano, 1985).
C’è un’adolescente francese che ha
dei frenetici incontri erotici con un giovane cinese. Per
lei l’esperienza
resta confinata al piano erotico. Il giovane cinese invece è pazzamente
innamorato. Nella sfrenatezza erotica cerca di fondersi con
la donna che sente sfuggire. A un certo punto il padre gli
impone di lasciare la straniera. Essi si separano. La ragazza
lo fa con indifferenza, torna in Europa e dimentica tutto.
Il cinese no. Vent’anni dopo va a trovarla
a Parigi. È sposato, ma ha sempre pensato
a lei. È rimasto innamorato come
quando ha dovuto lasciarla.
Renè Girard
Non innamoramento ma infatuazione competitiva
Uno dei pochi contributi originali contemporanei, sull’origine
della solidarietà sociale, a cui corrisponde una teoria dell’innamoramento, è stato
dato da un altro studioso di letteratura francese: René Girard.
La sua ricerca è partita dall’analisi del desiderio nel Don
Chisciotte, ne la Recherche di Proust, in Madame
Bovary, nelle opere di Stendhal e di Dostojewski (René Girard, Menzogna
romantica e verità romanzesca, trad. ital. Milano, Mondadori,
1986).
Analizzandone i personaggi, Girard giunge alla conclusione
che il desiderio è sempre triangolare. Noi non desideriamo direttamente
una cosa, come l’affamato desidera il pane, ma la desideriamo perché questa è posseduta
da altri, perché ci è indicata da qualcun altro. Proust desidera
essere ammesso fra i Guermantes, un circolo aristocratico,
perché è il
più esclusivo e desiderato di Parigi. Pavel Pavlolvic
di Dostojewsky desidera sua moglie solo in quanto questa è desiderata,
corteggiata da qualcuno.
Girard chiama “metafisico” questo desiderio triangolare
perché il soggetto non cerca nell’altro,
sia esso un circolo o una persona, qualcosa di particolare
ma l’ essere,
il fondamento. E non potrà mai torvarlo, perché l’altro
ne è privo come lui. Perciò , quando ha
ottenuto ciò che bramava disperatamente, cioè quando è diventato
come l’altro,
si accorge che anche l’oggetto desiderato non possiede
l’essere, resta deluso e si mette a cercarlo
in qualcosa di diverso.
Ne l’eterno marito di Dostojewski, il
protagonista Pavel Pavlovic ha presentato a sua moglie un
uomo che ammirava e che ne è diventato l’amante. Si rimette
alla ricerca di una nuova moglie, e chiede proprio all’amante
della prima moglie di aiutarlo a scegliere un regalo per la
sua nuova sposa. Perché? Perché Pavel può desiderare
soltanto una donna che è desiderata da un altro che, poi, gliela
porta via. Così perde
anche la seconda moglie ma, dopo qualche tempo, lo ritroviamo
in compagnia di una nuova bellissima fidanzata, assieme a un nuovo giovane
e focoso militare destinato, lo comprendiamo subito, a diventarne
l’amante. Pavlovic può desiderare solo una donna che gli viene “indicata” da
un rivale.
Ne Il rosso e il nero due signori si contendono Julien come
precettore. Ma non perché egli valga, bensì perché ciascuno
desidera ciò che desidera l’altro e si scontrano per il suo possesso.
Siamo perciò di fronte a un D doppio desiderio che
può diventare anche triplo quadruplo etc. Tutti desiderano quello
che desiderano gli altri, e tutti perciò, imitandosi, diventano
rivali.
Nel libro Menzogna romantica e verità romanzesca, egli
approfondisce il tema dell’innamoramento. Lo studio si svolge lungo
due linee. La prima è esattamente la stessa che abbiamo trovato
in Sartre e in De Rougemont. Afferma Girard: “La passione amorosa
romantica è esattamente
l’inverso di ciò che pretende di essere. Non è abbandono
all’altro, ma guerra implacabile di due volontà rivali”
(Ibidem p. 95). L’innamoramento non è amore per l’altro,
ma amore per sé, narcisismo. Il narcisista non ama, vuol essere
amato. Per farsi amare si sottrae, finge di non amare. Nel
romanzo Il
rosso e il nero, Julien scatena il desiderio di Mathilde fingendo
indifferenza. Chi ama, infatti, diventa schiavo, schiavo nel
senso del rapporto schiavo-padrone di Hegel e di Sartre. Il
rapporto di amore è ,
perciò , sempre un rapporto di lotta, in cui ciascuno vuol schiavizzare
l’altro. La lotta ha termine non appena uno cede al suo amore
, lo confessa il suo amore: cioè diventando schiavo. Ma allora
l’altro, nel momento stesso in cui è certo di possedere
il potere su di lui , non lo ama più. Ciascuno,
perciò, ama solo se non può avere ciò che ama ed è amato
solo se non ama. L’innamoramento, per Girard, segue sempre e
soltanto questo infernale meccanismo,
La seconda linea di studio è nasce dal concetto di desiderio triangolare.
Noi desideriamo solo ciò che è desiderato, posseduto da qualcun
altro. Anche l’innamoramento perciò si rivolge verso
qualcuno posseduto da un altra persona che
noi invidiamo . Torniamo all’esempio dei Pavel Pavlovic. Pavolvic
può innamorarsi di una donna solo se c’è un altro uomo
che la desidera e, desiderandola, gliela rende desiderabile
mentre, nello stesso tempo gliela insidia. Quindi ogni volta lo troviamo
con la sua fidanzata e un altro uomo che gliela desidera
e poi gliela porta via.
Generalizzando il processo, possiamo perciò dire che noi ci innamoriamo
di qualcuno che è desiderato da un altro (il rivale) o da
molti altri (il pubblico nel caso del divo) . Se chi
ce lo indica è lontano, oppure una collettività di
persone come avviene nel divismo, non entriamo in competizione
con chi lo desidera. Tutti gli altri fans non diventano
nostri rivali rivali. Se, invece, chi lo desidera è qualcuno
vicino, simile a noi, ci scontreremo con lui per il possesso
della stessa persona.
L’amore esiste solo perché la persona amata è oggetto
di competizione Nel momento in cui la competizione finisce, quando
siamo sicuri che non ci viene più insidiata
, non ci importa più nulla di lei . Colui o colei
che prima vedevamo come un oggetto straordinario, capace di trasformare
radicalmente la nostra vita, (cioè come oggetto del desiderio metafisico),
perde ogni qualità e potere. Ci diventa indifferente.
Passiamo ora al libro La violenza e il sacro (René Girard, La
violenza e il sacro, trad. ital. Milano, Adelphi, 1984).
L’uomo, precisa Girard, “desidera l’essere, un essere
di cui si sente privo e di cui qualcun altro gli sembra fornito.
Il soggetto attende che l’altro gli dica cosa deve desiderare… Non è con
le parole, è con il suo stesso desiderio che il
modello indica al soggetto l’oggetto supremamente desiderabile" (Ibidem
p. 205). Il soggetto perciò desidera esattamente ciò che desidera
colui che ha preso come modello, vuole ciò che lui vuole.
I protagonisti del desiderio sono perciò sempre due e
sono condannati a scontrarsi per il possesso
di ciò che bramano.
Poichè, nella società tutti gli individui
desiderano ciò che desiderano gli altri, il sistema
sociale è sempre sconvolto da una feroce rivalità.
La violenza di uno suscita come reazione la violenza dell'altro
e questa , a sua volta, una nuova violenza. La violenza suscita
desiderio di vendetta e la vendetta compiuta , a sua volta un nuovo
desiderio di vendicarsi. In una sequenza senza fine.
Ogni società è perciò sempre sull’orlo
della autodistruzione a causa della violenza reciproca.
Per guarirne, per guarire dalla violenza di tutti contro
tutti, gli uomini però hanno trovato un rimedio. Concentrare
la loro violenza, tutti insieme, tutti d’accordo, contro
un'unica persona. Colpendola, uccidendola essi scaricano tutto l’odio
che li animava e , poiché la vittima non risponde,
improvvisamente si sentono guariti e la vittima, la cui morte
li ha guariti, appare ai loro occhi benefica, sacra, divina.
In seguito, per evitare il dilagare della violenza mimetica,
essi compiranno periodicamente delle uccisioni rituali, cioè dei sacrifici scegliendo
delle persone innocue, che non hanno partigiani che a loro volta chiedono vendetta
, come degli stranieri o degli schiavi. Essi agiscono coma “capro espiatorio” per
l’intera comunità.
Il sacrificio è una pratica religiosa universale. E nessuno
finora era riuscito a darne una spiegazione plausibile. Girard ci mostra
che esso ha il potere di ridurre l’aggressività reciproca, quindi
ha una importantissima funzione di pacificazione sociale.
E la sua teoria spiega anche molto bene perché moltissimi miti di
fondazione del mondo o della società descrivono l’inizio come una
uccisione violenta. Anche Freud ne è stato così impressionato
da porre il parricidio all’origine del totem e del tabù, quindi
come fondamento della convivenza civile.
La teoria di Girard, se spiega la scomparsa della violenza
reciproca e il senso di sollievo e di pace che ne subentra,
non spiega però il nascere di una nuova comunità solidale,
la sua permanenza, la sua organizzazione.
L’organizzazione sociale, infatti , nasce solo
in due modi: o per conquista o per movimento. Nella conquista uno
straniero invade il paese, uccide il sovrano o il capo tribù,
si impadronisce del territorio, lo divide fra i suoi, e poi impone, dall’alto,
regole e leggi. Anche questo fatto spiega perché molti miti delle origini
pongono all’inizio un atto di violenza, e lo smembramento.
La seconda modalità è il movimento. In questo
caso l’organizzazione non viene imposta dall’alto, ma emerge
da un processo corale, collettivo. È così che sono nate le
grandi comunità religiose, l’Ebraismo, la religione mazdaica
(Zarathustra), l’Islam, il Cristianesimo e, all’interno di
esse, i movimenti ortodossi o eretici, quali lo sciismo, il
francescanesimo, il luteranesimo, il calvinismo etc. Gli stati-nazione
moderni sono nati dai movimenti nazionalitari, mentre sono stati i movimenti
operai a produrre i sindacati ed i partiti socialisti e comunisti.
Raggiunto un certo livello di tensione e di disordine, la solidarietà sociale “esplode”,
e genera un processo di stato nascente che crea
una nuova solidarietà, in cui gli individui si sentono fratelli,
intravedono un modo di essere infinitamente superiore. E’ questa
straordinaria energia solidaristica, questa fratellanza, consente di edificare
delle istituzioni di convivenza. L’uccisione tutti insieme di
qualcuno non potrebbe mai generarla.
Possiamo ora domandarci: il pensiero di Girard.
spiega l’innamoramento ? Dobbiamo rispondere di no. Il
tipo di amore che nasce dalla competizione mimetica non è un innamoramento.
Anche in questo caso non contrapporremo teoria e
teoria, ragionamento a ragionamento, faremo parlare i fatti. E
i fatti di ci dicono che noi ci innamoriamo
di una persona anche quando non c’è nessun
rivale e che l’innamoramento non svanisce appena viene
ricambiato. Anzi nel vero innamoramento l’amore pieno e la trasfigurazione del
mondo avvengono solo quando ciascuno è sicuro
della reciprocità.
Quello che Girard descrive è uno pseudoinnamoramento. E precisamente
una infatuazione competitiva. In questo tipo di
infatuazione noi desideriamo una persona solo se posseduta da
un altro, e il desiderio dura finché non ci dice di sì e abbandona
lui. C’è un libro di Carlo Castellaneta Le donne di
una vita, (Carlo Castellaneta, Le donne di una vita, Milano,
Mondadori, 1992) che illustra benissimo questo tipo di infatuazione. Il protagonista,
Stefano, si innamora in modo appassionato di Ida, una donna sposata. La convince
a lasciare il marito, ad andare a vivere con lui ma , dopo un certo tempo,
si accorge che non l’ama più. La lascia. Tornerà a desiderarla
solo dopo che lei si è risposata con un altro. Anche gli altri amori di Stefano
sono dello stesso tipo. Prima si innamora di Flora, ma
quando vanno a vivere insieme se ne stanca. Allora
incomincia ad ardere di desiderio per Valeria, la corteggia appassionatamente finché lei
non lascia il marito e i figli. Ma , proprio il giorno in
cui vanno ad acquistare la casa dove dovrebbero andare a vivere insieme,
incontra un'altra donna, Giorgina. Con Valeria è finita.
Ricomincia con Giorgina con cui passa un periodo
di amore folle ed estatico. Che però dura finché la
donna non incomincia a comportarsi da moglie fedele. Allora è pronto
per un’altra avventura.
In sostanza la teoria di Girard non può spiegare né la
nascita della comunità amorosa dall’innamoramento, né la nascita
delle grandi comunità politiche o religiose dei movimenti. In definitiva
egli , seppur con altre parole e altre categorie, compie lo stesso
errore di Sartre. Pensa che la vita non possa mai sottrarsi alla competizione
e alla necessità della sopraffazione reciproca. Per questo giunge alla
conclusione che è impossibile l’amore
ed è impossibile la nascita della solidarietà sociale dei
movimenti.
Conclusioni
A questo punto possiamo notare che nessuno degli gli
autori studiati finora ci ha dato la chiave dell’innamoramento.
Ciascuno ha descritto soltanto un tipo particolare di
pseudoinnamoramento o di infatuazione. Sartre il desiderio
di dominio, di asservimento. De Rougemont l’ infatuazione da
perdita, in cui il desiderio esiste finché l’altro è lontano
o ci rifiuta. Bataille l’infatuazione erotica che non
sopporta la quotidianità. Infine Girard che descrive l’infatuazione
competitiva. Tutti processi che, a differenza
del vero innamoramento, non producono un rapporto di coppia
duraturo ma svaniscono rapidamente.