LEADER

Nel corso della mia analisi della società contemporanea mi sono soffermato sulla figura del leader e sul suo ruolo.

 

1) L'ideale

Nel film La conquista del paradiso di Ridley Scott, Cristoforo Colombo vecchio, sconfitto, incontra il Tesoriere di Spagna che lo rimprovera di essere un sognatore , un idealista. Allora il grande navigatore gli mostra la città, i palazzi, le guglie svettanti verso il cielo e gli domanda cosa vede “La civiltà“ risponde l’altro.” “ Ebbene - conclude Colombo - tutto questo è stato creato da idealisti come me.”

In questi ultimi tempi ho incontrato molta gente pratica, ambiziosa, capace di astute operazioni finanziarie o di abili manovre politiche. E, più di una volta, ho chiesto loro perché lo fanno, quale è il significato ultimo della loro azione. Mi sono accorto che, di solito, non capiscono nemmeno la domanda. Perché voglio diventare professore universitario? Ma è ovvio, perché ci tengo, per realizzarmi, per sentirmi chiamare professore, per avere prestigio .

E per motivi analoghi voglio diventare senatore, presidente, rettore, sindaco, ministro. Solo in pochissimi ho percepito che quella meta, quel titolo, era solo lo strumento per uno scopo più alto, per realizzare una finalità più importante, una missione, una vocazione, un sogno, una visione.

Coloro che sono mossi da un desiderio spasmodico di potere e sono pronti a tutto per ottenerlo, possono salire molto il alto. Le persone che si muovono per amore della ricchezza e del prestigio personale possono raggiungere risultatati importanti. Però solo chi è mosso da una visione può fare ciò che gli altri non riescono nemmeno pensare, nemmeno immaginare e che giudicano una follia o una sciocchezza.

Quasi tutti ritengono che Cristoforo Colombo fosse soltanto un abile navigatore che voleva raggiungere la Cina per arricchirsi e per diventare Grande ammiraglio del Mare Oceano. In realtà Colombo aveva una visione religiosa del suo compito. Infatti scriveva “Dio ha fatto di me il messaggero dei nuovi cieli e della nuova terra di cui Egli parlò nell’Apocalisse di san Giovanni , dopo aver parlato di ciò attraverso la bocca di Isaia; ed Egli mi ha indicato il luogo in cui trovarla” E Isacco Newton , il creatore della fisica e della astronomia moderna, era , oltre che un grandissimo scienziato, anche un mistico e un alchimista che cercava nel cielo e nella natura, il misterioso piano di Dio. Alessandro non voleva sottomettere l’ Asia al dominio greco, ma creare un impero universale in cui greci ed asiatici formavano un'unica comunità politica. Cesare non voleva diventare re di Roma, ma trasformare le conquiste romane in uno impero organizzato retto dalle stesse leggi.

Gli uomini e le donne che hanno questo tipo di visione, sono completamente diversi dagli ambiziosi che hanno bisogno di ricchezze e di onori per sentirsi qualcuno. Sono diversi dai fanatici che vogliono imporre al mondo il loro credo o il loro regime politico con la violenza. Essi non vogliono dominare, vogliono creare. L’impulso a creare non appartiene alla dimensione del prendere, ma del dare, non a quella dell’egoismo, ma dell’altruismo. E anche il potere, in questo caso, è solo uno strumento per poter dare. Il creatore, il costruttore, chi ha un sogno, non dà comandi ed esige ubbidienza per il gusto di vedere gente inchinarsi davanti alla sua potenza, ma per edificare insieme qualcosa che riguarda loro come lui. Egli perciò concepisce il comando come un appello e l’ubbidienza come un assenso.

Tutti i creatori sono, per natura, dei capi perché vogliono cambiare gli altri, portarli su nuove strade e far sbocciare possibilità che nessuno riesce ancora ad immaginare. Perché vogliono costruire nuove istituzioni, nuovi mondi, dove la gente viva meglio, realizzarsi più pienamente. E pensano sia naturale che gli altri dicano di sì, che si associno al loro progetto. Per questo non esitano a svegliare gli increduli, a trascinare gli inerti, a convincere i prigionieri delle abitudini e degli interessi quotidiani. Perciò è naturale che molti di costoro resistano, o non capiscano. Per questo i creatori sono costretti ad avanzare fra incomprensioni ed ostacoli. Finché non hanno vinto, finché non hanno dimostrato che si poteva fare l’impossibile, raggiungere l’irraggiungibile.

2) Facci sognare

Dal vero capo ci si aspetta che sappia dare un senso alla nostra azione. Gli americani usano una espressione che avrete sentito più volte anche voi al cinema "facci sognare!". Il popolo più pragmatico della terra non chiede qualcosa di concreto: realizziamo questo, realizziamo quello. Ma chiede invece proprio quanto di più impalpabile, di più irreale ci sia, un sogno. Perché, in realtà, l'unica cosa che veramente conti, mobiliti, dia forza alla gente e la trascini è un sogno. Un ideale, una meta, uno scopo che sia ben più grande dei nostri sogni individuali, una patria ideale verso cui andare fianco a fianco, felici di essere insieme, orgogliosi di ciò che vogliamo raggiungere.

L'umanità é sempre vissuta di sogni. È stato un grande sogno il Cristianesimo, che prometteva una embrionale costruzione della città di Dio sulla terra, un mondo dove non regnano più i violenti e gli astuti, ma i buoni ed i santi. È stato un sogno L'Illuminismo che pensava di redimere ogni male applicando semplicemente la razionalità, risolvendo ogni problema, anche il più difficile, anche il più complesso, con la ragione. Per cent'anni il comunismo ha trascinato le masse oppresse di tutto il pianeta verso un sogno di gloriosa redenzione dalla povertà dalla ingiustizia. In realtà ha prodotto rivoluzioni, massacri, burocrazia, genocidi, dittature, ma gli uomini hanno continuano a seguire le bandiere rosse nel nome di quei sogni e di quella speranza. Era così grande il sogno, così grande la speranza, da accecare la stessa capacità di vedere la realtà. Senza arrivare a questi eccessi, ricordiamo che ogni grande impresa é nata da una fede, da un sogno che ha dato a un uomo la forza di superare gli ostacoli, le incomprensioni le invidie che gli interessi costituiti e meschini creano sulla strada.

Qualcuno può dire: i sogni sono alla base delle grandi costruzioni religiose, politiche, ma che peso hanno nella edificazione di una impresa, di una qualsiasi istituzione? Certo, tutte queste cose possono venir fatte per conquistare uno spazio di potere in più, per guadagnare, o essere realizzate per decisione politica dai burocrati. Certo, ma perfino in questi casi, per costruire qualcosa di importante e di vivo, occorre sempre qualcuno che ne faccia la ragione della sua vita, che vi si dedichi, che vi si prodighi, che raccolga attorno a sé un minimo di persone motivate, fedeli.

Occorre perciò un capo, con un sogno e dei compagni che condividono il suo sogno. Allora, sia che si tratti di una impresa privata sia che si tratti di una impresa pubblica, quello che nasce è pieno di slancio. E riesce a superare gli ostacoli più difficili, a convincere i funzionari più riottosi, ad attrarre altre persone motivate e creative. E in poco tempo prospera e cresce come un grande albero che domina su tutti gli altri. Sto pensando all’università di Trento. Non sarebbe mai nata senza la dedizione di Bruno Kessler. Perfino gli studenti rivoluzionari del 1968 gli riconoscevano questo merito. Poi, andando nella industria privata, penso alla creazione della Fiat, della Montecatini, all’ opera di Enzo Ferrari e, recentemente, ai grandi creatori di moda, Dior, Valentino, Armani, Versace. Pensate ad imprese come quella di Adriano Olivetti.

Ma se ad un certo punto il fondatore muore e non ha trovato un degno successore, le forze che hanno continuato ad agire contro di lui si fanno vive. Poi calano sulla nuova creazione gli avvoltoi, gli speculatori, allora è come se passasse un vento freddo e mortale. Gli edifici restano gli stessi, molte delle persone restano le stesse, ma la spinta creativa è scomparsa. Quell’opera stupenda diventa una impresa come un'altra. E può rinascere e riprendere la spinta creativa solo se arriva un altro leader e un'altra generazione capace di credere e di sognare.

Il capo non è colui che ha la titolarità del comando, il capo è colui che crea. Nessuno tiene insieme uno Stato, una impresa, nemmeno una famiglia se non affronta e risolve continuamente nuovi problemi, se non crea, non inventa. La storia è piena di re fannulloni che passavano il tempo a caccia o in cerimonie mondane, mentre il governo era in mano a capaci ministri o, nel califfato islamico, ai gran visir. L’impero romano ha avuto imperatori incapaci o pazzi, ma è durato finché, ai confini dell’impero, ci sono stati grandi generali e soldati fedeli. Perfino nella più addormentata repubblica, dove i polittici passano il loro tempo a tessere intrighi e vendette reciproche, sorgono sempre grandi personalità solitarie che imprimono una svolta alla politica, oppure creano imprese, giornali, istituzioni, opere d’arte. È a loro che guarda la gente, è grazie a loro che resta viva la fiducia e la speranza.

3) Indicare la meta

La realizzazione di una intrapresa dipende sempre dall'apporto e dal consenso di molte persone. Uno degli errori più gravi che può compiere un leader, è di pensare di aver realizzato tutto da solo, chiudersi nella sua sicurezza e non ascoltare le voci che gli danno informazioni, suggerimenti, oppure che lo avvertono degli errori e dei pericoli. Mussolini, che aveva certamente molte capacità di capo, incominciò a precipitare nel baratro quando ammise che sui muri d’Italia si scrivesse la frase: ”Mussolini ha sempre ragione”.

Ma a questo pericolo ne corrisponde uno opposto, la dispersione delle mete e la mancanza di una leadership energica, efficace, lungimirante capace di tener ferma la meta e rifare continuamente la rotta. Una qualità essenziale tanto nel mondo politico come in quello produttivo. Molte imprese naufragano perché i soci non riescono ad esprimere una linea comune. Perché, fin dall’inizio, hanno in mente desideri e fini diversi. Dopo i primi successi uno di loro si accontenta, vuol raccogliere il guadagno. Gli altri mirano più in alto e fanno nuovi investimenti. Però, dopo qualche tempo, l'impresa deve fronteggiare una crisi. Ed ecco che qualcuno si spaventa, si ritira. Altre divisioni avvengono quando si discute se cambiare la rete vendita, oppure se modificare il prodotto in rapporto alle esigenze di mercato. Sembrano divergenze sui mezzi, in realtà sono divergenze sui fini.

Nel campo politico il processo è ancora più importante. Il leader di un movimento, il leader carismatico è colui che riesce a indicare la meta tenendo presente le innumerevoli spinte che vengono dal basso. Egli viene ubbidito perché gli altri lo ritengono “il più adatto” “colui che sa” . Al di fuori dei movimenti, quando una formazione politica si costituisce attraverso la coalizione di soggetti politici indipendenti, invece il capo deve essere essenzialmente un mediatore capace di trovare il consenso, la strada che permetta a tutti di ricavare un qualche vantaggio. Ma è un lavoro difficile e che facilmente fallisce o non consente di realizzare grandi obbiettivi. La trama deve essere tessuta e ritessuta continuamente. Per questo le democrazie parlamentari, in cui il presidente del consiglio è nominato dal presidente della repubblica ed è continuamente in balia del parlamento sono di solito inefficienti.

Ma anche all’interno delle organizzazioni sorgono continuamente divergenze. Per porvi rimedio, alcuni seguono la strada di moltiplicare le regole, di rafforzare la struttura burocratica. Ma è un gravissimo errore. Più la struttura si irrigidisce, più ogni singolo ufficio si preoccupa di aumentare il suo raggio d'azione, ogni singolo funzionario lavora per accrescere il suo potere, e moltiplica le pratiche, i divieti, le regole inutili. Studiando le grandi organizzazioni vediamo che, spesso, la gente che vi lavora ha perso completamente di vista il fine per cui sono state costituite. Ciascuno fa valere solo l'interesse della sua categoria, del suo gruppo. Perché l'Università italiana è tanto inefficiente? Perché i professori si sono preoccupati essenzialmente di moltiplicare le cattedre delle loro materie, di mettere a posto gli allievi. Non hanno mai pensato seriamente a ciò che serviva agli studenti per affrontare le rinnovate richieste dei tempi. Perché le ferrovie italiane sono tanto inefficienti? Perché i politici che le hanno dirette hanno cercato il consenso dei lavoratori sindacalizzati, che si sono preoccupati solo di aumentare i posti di lavoro invece dell’efficienza. Il denaro é stato speso tutto in salari e stipendi e non é rimasto nulla per il rinnovamento della rete.

Per questo motivo, ad un certo punto, si sente il bisogno "dell'uomo forte", di un capo che sappia imporre un unico punto di vista. Di un capo che costringa tutti ad una ubbidienza cieca, pronta ed assoluta. Se questo capo arriva, in un primo tempo, il metodo ha successo. Tutti corrono, finiscono le discussioni, i ritardi e le inefficienze. Però, dopo qualche tempo, il capo onnipotente, che crede di poter fare tutto da solo, finisce per restare isolato, per perdere i contatti con le persone concrete, con i loro problemi, le loro aspirazioni, le loro speranze. Non sa più come motivarle. Allora l’impresa incomincia nuovamente a perdere vitalità ed energia . La gente lavora , ma in modo mediocre . Manca di entusiasmo, e non cerca più soluzioni creative. Si è inaridita. E lo stesso capita in politica. Alcuni grandi leaders politici, con questo atteggiamento oppressivo, hanno finito per soffocare la creatività della società civile.

La vera funzione del capo, perciò, non è quello di fare tutto, di pensare a tutto, di controllare tutto, di sostituirsi a tutti. La sua funzione non è di imporre in ogni campo la sua volontà, di dare ordini minuziosi su ogni argomento, sterilizzando o frustrando la creatività degli altri. Il leader è, prima di tutto, il custode della meta, colui che ricorda ed indica a tutti dove si deve andare, e controlla che la rotta venga tenuta.

Egli deve trasmettere, ad ogni livello dell'organizzazione, il senso della missione, il significato del compito e il senso del dovere. E, per farlo, deve crederci profondamente. Nessuno convince gli altri se non é convinto lui stesso. Nessuno trasmette modelli se non li pratica personalmente. Se non dà l’ esempio. È con la sua energia, con la sua fede, con il suo esempio, creando simpatia, fiducia, entusiasmo nei collaboratori, che li porta naturalmente a mettere a frutto tutte le loro energie e la loro intelligenza. Che insegna loro a guidare, mobilitare dare l’esempio, a loro volta, i propri dipendenti. Cioè per diventare, essi stessi dei veri capi.

4) Creare una comunità morale

Una impresa raggiunge i suoi successi più strepitosi quando il gruppo dirigente è formato da persone che condividono gli stessi fini ed in cui ciascuno dimentica i propri interessi personali per darsi totalmente allo scopo comune. Allora la sua personalità si dilata, la comprensione reciproca diventa fulminea, l’accordo diventa facile, spontaneo e nasce una forza, una creatività straordinaria.

È questo ciò che ogni leader, ogni imprenditore, ogn i capo dovrebbe voler realizzare. E, quando lo ha realizzato, dovrebbe coltivare, tenere vivo, proteggere, potenziare questo spirito, ed impedire che si accendano i processi negativi in cui ogni individuo antepone la sua personale meta individuale, il suo personale interesse alla meta collettiva.

Troppo spesso dimentichiamo che qualsiasi l’impresa, qualsiasi istituzione è formata da esseri umani che si sentono forti quando si sentono uniti, quando hanno una meta comune.

Troppo spesso dimentichiamo che tutti vogliono sentire che il loro lavoro ha un significato, un valore. Che una impresa si espande, trionfa, ha successo quando tutti, dal presidente al portiere, al fattorino, sono orgogliosi di appartenervi e di contribuire al suo sviluppo.

Troppo spesso dimentichiamo che una impresa o una istituzione prospera e fiorisce solo quando i capi sono dei leaders che i dipendenti approvano apprezzano, stimano, amano e che eleggerebbero loro stessi.

Troppo spesso dimentichiamo che una impresa prospera quando tutti, dai più alti dirigenti ai più umili dipendenti sono ragionevolmente sicuri che la loro attività viene capita, apprezzata, premiata, con equità, con giustizia.

Troppo spesso dimentichiamo che una impresa fiorisce e prospera quanto la gente, a tutti i livelli, si stima, si rispetta, quando, anziché odiarsi collabora, quando si aiuta, quando non mente quando si invidiano.

Troppo spesso dimentichiamo che non bastano le parole, le dichiarazioni di principio, per motivare le persona perché queste si accorgono quando i fatti non corrispondono alle dichiarazioni, quando i dirigenti fingono di essere convinti, ma sono in realtà falsi ed ipocriti.

Troppo spesso dimentichiamo che una impresa non è solo una entità economica, cementata da interessi, ma una comunità morale. Quando si spezza la comunità morale, e il gruppo resta unito solo dalla ricerca del potere del guadagno, delle chiacchiere o, ancor peggio dalla ipocrisia e dalla paura, il suo destino è segnato: lentamente declina, sprofonda nella mediocrità, alla fine fallisce.

Troppo spesso dimentichiamo che oltre all’intelligenza, alla lungimiranza, oltre alla stessa genialità il grande leader deve avere realmente delle qualità morali, delle virtù. Perché solo se le possiede in proprio potrà trasmetterle agli altri. Sembra impossibile che la gente abbia dimenticato che uno Stato, un partito, una imprese ha realmente bisogno di moralità. E che la moralità non è fatta di parole, ma di sentimenti sinceri e di comportamenti coerenti. E che si insegna solo con l’esempio.

La parola virtù è oggi così poco usata che ci siamo perfino dimenticato il suo significato. Una virtù è un insieme di qualità, profondamente interiorizzate che soddisfano simultaneamente tre requisiti. Il primo è di realizzare ciò che riteniamo un valore, per cui ci sentiamo migliori. Il secondo di ottenere risultato utili per noi o per la nostra comunità, cioè una utilità. Il terzo terza di costituire un modello, un comportamento che vorremmo seguissero anche gli altri. Solo quando sono presenti tutti e tre questi requisiti una virtù è completa.

Prendiamo come esempio il coraggio. Il coraggio deve farmi sentire più forte e migliore. Deve consentirmi di realizzare gli obbiettivi che mi pongo, le mie mete. Ma ciò che faccio deve anche poter essere un modello per tutti. Il coraggio di fare il male perciò non è una virtù. Ma non lo nemmeno il coraggio di fare solo cose che mi danneggiano.
Se questa è la virtù, non è difficile fare un elenco delle virtù del manager, del leader, del capo. Basta che ciascuno di voi pensi come vorrebbe che fosse per seguirlo con entusiasmo, per credere in lui, per avere fiducia, e quindi per lavorare volentieri, senza la fatica che avvelena il nostro animo ogni volta che ci sentiamo circondati dalla ingiustizia, dalla disonestà, dalla menzogna e dalla prepotenza. E questo senza pretendere che sia un asceta o un santo, ma un uomo come noi che opera nel mondo, in una organizzazione in cui ci sono sempre problemi da risolvere.

Facciamo allora, senza tante esitazioni questo elenco. Quali virtù vogliamo che egli abbia? La sincerità contrapposta alla falsità, alla doppiezza, l’intrigo, la calunnia, l’ ipocrisia. L’obbiettività: la capacità di valutare senza farsi influenzare dai pregiudizi e dalle maldicenze. La forza d’animo, che lo rende sereno e lucido anche nei momenti più difficili. L’umiltà, che è la capacità di ascoltare gli altri e di ammettere e correggere i propri errori. Il coraggio, necessario per prendere decisioni difficili ed assumersene le responsabilità. La generosità che è la capacità di pensare agli altri, al loro benessere, di dedicarsi, di spendersi, dando l’esempio. Infine la giustizia, la arte difficile di scegliere veramente i capaci, gli onesti, i sinceri, e scacciare i disonesti, i falsi, i calunniatori, chi perseguita e prevarica gli innocenti.



Estratto da "L'arte del comando ", Francesco Alberoni, Rizzoli




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